Assassina

Missione 6, prompt: morte

La prima volta che ho ucciso avevo diciannove anni. Era un caldo sabato sera estivo, una sera come tante. Avevo da poco finito il liceo e mi sembrava di avere il mondo in pugno. I miei erano andati alla nostra casa al lago per un fine settimana, così per non stare sola avevo chiesto ad un’amica di uscire: una cosa tranquilla, una serata tra ragazze.

Ero sulla strada del ritorno, quando è accaduto.

Non era tardissimo, forse mezzanotte, la mia amica mi aveva lasciato all’angolo della mia strada perché avevo voglia di farmi di passi, non potevo sapere che quella scelta avrebbe segnato il mio destino. Sebbene la nostra fosse sempre stata una zona tranquilla, i miei genitori mi avevano comprato uno spray anti-aggressione. Facevo sempre in modo di averlo a portata di mano quando giravo da sola.

Quella sera non faceva eccezione: camminavo fantasticando sullo splendido film che avevamo visto al cinema e nel mentre giocavo con la minuscola boccetta. Probabilmente se quel tizio fosse stato meno ubriaco sarei stata una preda facile, ma invece quando uscì da una stradina laterale barcollando visibilmente mi puntò senza la minima esitazione. Non eravamo neanche soli: una coppietta passeggiava sull’altro marciapiede e una macchina arrivava in senso opposto. Ma forse proprio per questo e per il modo disarmante con cui mi si fece in contro, non afferrai subito cosa stava accadendo finché non fu tardi. Se non quando mi afferrò un braccio con forza e la puzza invadente di alcol e fumo mi fece lacrimare gli occhi. Disse qualcosa. Ne sono certa. Ma il battito forsennato del mio cuore soffocava tutti gli altri rumori e non capii.

Lanciai un urlo cercando di divincolarmi, mentre con terrore sentii una delle sue mani infilarsi sotto il mio vestito. Gli diedi una capocciata con forza e lui barcollò all’indietro con il naso evidentemente rotto, a giudicare dal sangue che spillava abbondantemente.

Avrei potuto scappare a quel punto, anzi, probabilmente avrei dovuto scappare. Se l’avessi fatto la mia vita sarebbe andata in modo diverso senza ombra di dubbio.

Ma non lo feci.

Ero in preda al panico e mi ricordai improvvisamente della minuscola boccetta che stavo stringendo spasmodicamente in mano. Alzai il braccio nella sua direzione e, tolta la sicura, lo spruzzai abbondantemente di spray urticante. L’uomo urlò atrocemente facendo diversi passi indietro con le mani sulla faccia, incontrò il bordo del marciapiede e cadde sulla strada tossendo come un matto.

Non ricordo bene cosa successe poi, perché una ventata improvvisa mi riportò indietro parte del peperoncino spray che avevo sparso io stessa e iniziai a tossire anche io, con gli occhi che lacrimavano copiosamente.

Quello che ricordo è un rumore di freni sull’asfalto e il tremendo suono come di un’anguria che si rompe. L’altra coppia urlò ma io giacevo ormai a terra a carponi sull’orlo del soffocamento, persi i sensi e quando mi risvegliai la mia vita si era trasformata in un incubo.

°°°°°

Ci furono udienze interminabili, al punto che ad un certo punto mi ritrovai a chiedermi quando ero diventata io l’imputata. La linea d’accusa continuava a sbandierare il fatto che l’uomo di cui avevo inavvertitamente provocato la morte aveva lasciato la moglie con due bimbi piccoli, di cui uno nato da appena una settimana.

A nulla servì ripetere fino a perdere la voce che era lui che aveva aggredito me. Dopo aver ascoltato le testimonianze della coppia che aveva assistito al fatto, la giuria stabilì che dopo essermi liberata dalla presa ero in effetti libera di scappare e non avevo alcuna necessità di usare lo spray anti aggressione.

“Se lo spray fosse stato usato prima” diceva come un disco rotto il mio aguzzino “Sarebbe stato un legittimo atto di auto difesa, ma come ci dimostrano i fatti, la signorina non ne aveva alcun bisogno per liberarsi dalla minaccia e mettersi in salvo. La giuria converrà con me che per quanto disdicevoli le azioni della vittima non meritavano una fredda condanna a morte!”

Il processo durò settimane, arrivando anche a finire sui giornali, ne parlarono alla televisione e io mi ritrovai confinata in casa passando le mie giornate a piangere. Vedevo la disperazione sui volti dei miei genitori e alcuni haters sui media sembravano non aver di meglio da fare che gettare fango su di me.

Pian piano i miei amici si allontanarono e infine arrivò il verdetto definitivo.

Tre anni per omicidio non premeditato con una lieve attenuazione sulla pena per via delle condizioni attenuanti dovute alla precedente aggressione da parte della vittima e al mio evidente stato di panico.

Mi resi conto che la mia vita era finita quella sera dopo essere uscita dal cinema.

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La verità è che il carcere così com’è oggi non aiuta.

Non importa come e perché sei finito dentro, una volta che sorpassi quelle porte sei un criminale, e lo rimarrai per sempre.

Anche perché tutti iniziano a trattarti come tale e finisci per crederci anche tu. Inizialmente c’era un certo riserbo intorno a me, da quello che imparai poi era per via dell’accusa di omicidio. Sembra che dal momento che hai già ucciso qualcuno non ti costi nulla far fuori qualcun altro.

Le guardie erano lì solo per impedirci di uscire ma sembravano indifferenti a quello che ci succedeva dentro. Intervenivano nelle risse solo se accadevano proprio davanti ai loro occhi.

Quando mi pestarono la prima volta non capii neanche il perché, mi limitai a rimanere raggomitolata per terra coprendomi la testa con le braccia, erano in cinque e mi ridussero ad un cencio sanguinante. Rimasi in infermeria con un brutto taglio sul braccio e una costola incrinata per una settimana. In seguito, mi fu chiaro che era stata giusto una dimostrazione di potere: picchia la nuova arrivata così che non si monti la testa.

Non fu l’unica volta. Non passava giornata senza che qualcuno mi spintonasse o mi facesse lo sgambetto; mi rubavano il cibo e mi buttavano nuda fuori dalle docce. Mi ero sempre chiesta com’è che molti arrivassero a suicidarsi in prigione ma ormai stava diventando un’ipotesi allettante anche per me.

Fu proprio nelle docce che uccisi per la seconda volta.

C’era una donna più grande di me che sembrava avermi scelto come sua vittima designata. Quella mattina mi ero alzata prestissimo, avevo imparato che se mi sbrigavo forse riuscivo a lavarmi prima che qualcuna delle altre detenute mi scoprisse.

Ma quello non era il mio giorno fortunato.

Appena sentii la porta chiudersi mi sentii mancare il fiato. Riconobbi subito il passo strascicato della mia aguzzina preferita e strinsi i denti.

Come mi afferrò una spalla qualcosa scattò dentro di me. Tutta la rabbia, la frustrazione, l’ira e l’odio che per mesi avevo spinto in fondo all’animo uscirono tutti insieme e la spinsi via con una forza che non sapevo di avere.

Lei cadde all’indietro e sentii di nuovo quel rumore terrificante.

Il sangue invase lo scarico e io mi accasciai contro il muro piangendo con le lacrime che si mischiavano con l’acqua.

Mi trovarono così chissà quanto tempo dopo. L’acqua ormai fredda mi aveva fatto venire la febbre altissima e deliravo, mi portarono via e per molto tempo nessuna osò più cercare di molestarmi in nessun modo.

Quando ritornai in me, diversi giorni dopo scoprì che la mia condanna era salita a cinque anni per cattiva condotta. Nessuno aveva provato ad accusarmi di omicidio, non importava a nessuno di chi moriva lì dentro.

In quel momento decisi che ne sarei uscita ad ogni costo.

°°°°°

Fui di nuovo libera dopo quattro anni e mezzo.

Buona condotta, l’episodio delle docce era stato praticamente dimenticato. Ero un’altra persona rispetto a quella che era entrata lì dentro.

I miei genitori erano rimasti inorriditi dal mio secondo omicidio e non erano venuti più a trovarmi, a volte mi scrivevano ma avevo smesso di rispondere, quel capitolo della mia vita era chiuso e non ci tenevo a mostragli quello che ero diventata.

Anni spesi nella palestra della prigione avevano scolpito il mio corpo e diversi tatuaggi coloravano la mia pelle.

Una delle mie vecchie compagne passò a prendermi, mi aveva fatto sapere che aveva un posto per me e avevo accettato al volo.

°°°°°

Si trattava di contrabbando, ne ero sicura. Non sapevo di cosa ma non m’interessava. Io dovevo solo guidare; e fu quello che feci, per quasi un anno. Sembrava che i controlli sulle donne fossero non solo più scarsi ma anche meno approfonditi.

Ovviamente non poteva durare per sempre. Ci fu una retata nel magazzino dove stavo consegnando e mi gettai dietro una pila di casse per ripararmi dai proiettili, un altro dei contrabbandieri aveva avuto la stessa idea ma gli spararono alla testa quasi subito.

La sua pistola finì vicino alla mia mano quasi guidata dal fato e io la presi. Era pesante in mano e ancora sporca del sangue del suo precedente proprietario.

Ancora la conservo in un cassetto di una delle mie case sicure, è stata la mia prima vera arma e in qualche modo ha un forte valore sentimentale per me.

Ad ogni modo mentre fissavo le mie dita stringersi attorno al calcio della pistola un agente fece il giro della pila di casse e puntò contro a sua volta un’arma.

Sembrava sorpreso quanto me di quell’incontro e l’espressione perplessa gli rimase stampata in volto quando alzai la pistola e sparai. Non penso di averlo ucciso sul colpo perché ancora si dimenava mentre scappavo, ma la ferita che aveva al basso ventre non mi sembrava il genere di cosa a cui si sopravvive facilmente. L’ho sempre considerato il mio terzo omicidio.

°°°°°

Fu dopo quell’episodio che mi affidarono il primo incarico da assassina. Una cosa che neanche nei film di serie B si vede. In pratica dovevo entrare in un night club e sedurre un certo uomo. Avevo una pillola da infilare nel suo drink e tanto sarebbe bastato.

Ma come avete letto le mie precedenti esperienze con il genere maschile non erano state delle più rosee. Avevo indossato un vestitino assurdamente sconcio che mi lasciava la schiena scoperta e male non doveva starmi a giudicare dall’occhiata di apprezzamento che mi rivolse.

Andai al bar ancheggiando come una barca sul mare in tempesta e lui mi seguì come un pesce all’amo. Prese posto nello sgabello vicino al mio e pensavo fosse fatta quando una bionda con un seno palesemente finto si impossessò dell’altro sgabello attirando l’attenzione della mia vittima.

Mi guardai intorno senza sapere cosa fare mentre lui ordinava galantemente da bere per loro due passandole una mano sul sedere altrettanto rifatto. Alla fine, invece l’intera situazione giocò a mio vantaggio: i loro cocktail arrivarono proprio mentre lui si chinava a sussurrarle qualcosa nell’orecchio. Il barista si era voltata e l’attenzione dei più era focalizzata sullo spogliarello in corso sul palco.

Con un unico gesto, estrassi la pillola dalla scollatura e la lasciai cadere nel liquido scuro. Mi alzai e me ne andai senza correre, come se nulla fosse.

Ero sulla porta quando sentii le prime urla.

Probabilmente la bionda avrebbe dovuto trovarsi un altro compagno di giochi per quella sera.

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Sembrerà strano ma quello che ero diventata mi aveva portato ad un estraniamento totale; non mi sentivo più un essere umano, men che meno una donna.

Me ne ricordai all’improvviso in un caldo pomeriggio di agosto mentre sedevo un bar molto chic di Parigi aspettando che il mio bersaglio uscisse dall’ambasciata.

Una coppia al tavolo vicino stava avendo una concitata conversazione sottovoce.

Non ricordo bene le parole, mi ricordo solo che parlavano della notte che avevano passato insieme e io mi sentii andare a fuoco.

Dovevo sparare ad un terrorista in un caffè dall’altra parte della strada. A quel punto della mia carriera mi capitava di lavorare tanto per i buoni quanto per i cattivi. I soldi erano tutti uguali indipendentemente dalla fonte.

Quel momento di turbamento interiore mi fece sbagliare il colpo, il terrorista fuggì e io persi un milione di dollari.

°°°°°

Ho visto persone fare cose ridicole per amore, al punto di convincermi che non era un sentimento da sottovalutare. Non credo di averlo mai provato in prima persona.

Tranne una volta forse. C’era una spia di un altro paese che periodicamente incrociava il mio cammino. Non avevamo una relazione, provavo troppo disgusto per me stessa per permettere a qualcuno di toccarmi, ma in qualche modo c’intendevamo.

Poi lo hanno preso.

Dovevo uccidere un trafficante di droga o qualcosa del genere ed ero appostata con il mio fucile da cecchino pronta a completare il lavoro non appena avessi avuto un tiro pulito, ho sempre preferito completare tutto in un colpo solo.

Così attendevo senza quasi battere gli occhi che il mio bersaglio rimanesse esposto.

Poi improvvisamente tutti si girarono verso la porta e quello che doveva essere un prigioniero fu trascinato dentro con la testa coperta da un sacco, aveva una gamba piegata in uno strano angolo, dovevano avergliela rotta tanto per stare sicuri che non scappasse. Il boss fece un cenno e il sacco sparì.

Era lui.

Il mio bersaglio buttò una testa all’indietro e immaginai la sua risata soddisfatta, poi allungò una mano con il palmo in alto e gli passarono delle tenaglie.

Lo volevano torturare. Avevo il serio dubbio che fossero in cerca d’informazioni, sarebbe stata una tortura fine a sé stessa e si sarebbe conclusa con una morte lenta e dolorosa.

Valutai per un secondo la situazione; erano in nove nella stanza: il boss, il prigioniero, il tizio che lo aveva trascinato dentro e le sei guardie del corpo schierate davanti alla finestra appositamente per complicare il mio lavoro. Non so se quel tipo si aspettasse un sicario, ma sicuramente faceva attenzione a spostarsi solo dove aveva la sicurezza di essere riparato dai corpi dei suoi sottoposti. Inoltre, chissà quanti altri erano presenti nell’edificio, pure ammesso fossi riuscita a uccidere tutti i presenti avrebbe comunque dovuto cavarsela da solo per il resto del tragitto; con una gamba rotta.

Presi la mira e sparai.

Il prigioniero cadde di lato e una pozza di sangue e si scatenò il panico. In meno di un secondo il boss fu portato via e la stanza si svuotò.

Rimase solo il cadavere.

Per chissà quanto tempo rimasi a fissarlo senza riuscire a decifrare le emozioni che provavo, sapevo razionalmente che lo avevo salvato da una fine orribile; ma il risultato rimaneva immutato: era morto, ed ero stata io ad ucciderlo.

°°°°°

Mi chiedo se anche la spia che mi ha appena sparato mi stia ancora guardando. Sento la vita scivolarmi via insieme al sangue che ormai m’inzuppa i vestiti.

Non sono spaventata, mi sembra solo di aver rimandato quel momento da quella notte, l’ultima in cui era andata al cinema come una persona normale.

Sentì il freddo farsi più pungente. Poi improvvisamente sparì.

L’oscurità si chiuse su di lei.

 

 

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